La cannabis light diventa illegale. A rischio migliaia di posti di lavoro. I produttori: «Non siamo spacciatori»


Mercoledì alla Conferenza Stato-Regioni è stata raggiunta un’intesa che, di fatto, paragona la cannabis light alle altre sostanze stupefacenti. Ecco cosa potrebbe succedere adesso


Duro colpo per la cannabis light, la sostanza a basso contenuto di Thc venduta nelle tabaccherie, negli shop e nei distributori automatici. Alla conferenza Stato-Regioni di ieri, 12 gennaio, si è raggiunta un’intesa che rischia di mandare in frantumi un mercato che ha creato migliaia di posti di lavoro, soprattutto tra i giovanissimi, tra i 10 e i 15 mila in tutta Italia. Il grido d’allarme lo lancia Luca Fiorentino, 26 anni, fondatore di una delle principali società, la Cannabidiol Distribution, che produce e distribuisce cannabis light, specialmente nelle tabaccherie. «Ci hanno resi illegali, rischiamo di essere considerati spacciatori e di chiudere tutto. Rischiamo persino l’arresto immediato oltre all’accusa pesantissima di vendere grandi quantitativi di stupefacente che stupefacente non è», ci dice. Il motivo? «Nel decreto interministeriale che definisce l’elenco delle specie di piante officinali coltivate viene equiparata la cannabis light sotto lo 0,6 per cento di Thc – il cosiddetto effetto drogante – a quella superiore allo 0,6 che, invece, richiede l’autorizzazione del ministero della Salute per la produzione».


In altre parole, la cannabis light viene paragonata a una qualsiasi altra sostanza stupefacente. Con tutto quello che ne consegue. Coltivatori e rivenditori di infiorescenze di cannabis light dunque rischiano di subire le sanzioni del Testo unico sulle droghe. Potrebbero essere accusati di vendere una sostanza che, in realtà, non ha nulla di “stupefacente”. Il decreto – come denuncia anche il deputato Riccardo Magi di +Europa Radicali a Open – rischia di «far chiudere tutta la filiera della cannabis light»: «Potrebbero diventare fuorilegge 3.000 imprese e circa 15 mila lavoratori, tutti giovanissimi. Questo è un passo indietro», tuona.


Cosa dice il decreto interministeriale

Il decreto interministeriale, approvato ieri 12 gennaio, coinvolge i ministeri della Salute, dell’Agricoltura e della Transizione ecologica: all’articolo 1 punto 4 fa sottostare «la coltivazione delle piante di cannabis ai fini della produzione di foglie e infiorescenze o di sostanze attive a uso medicinale» al Testo Unico sugli stupefacenti, a prescindere dal livello di Thc. Il risultato? Per produrla bisognerà avere anche l’autorizzazione del ministero della Salute. «Una decisione del tutto antiscientifica e antigiuridica – spiega Antonella Soldo di Meglio Legale – che viene presa mentre l’Organizzazione mondiale della Sanità raccomanda l’esclusione della cannabis dalle sostanze più pericolose». E se l’Onu ha persino tolto la cannabis dalla lista delle sostanze dannose, molti Paesi si muovono in una direzione opposta a quella italiana: la Germania ha inserito la legalizzazione della cannabis nel suo programma di governo, mentre Malta l’ha già resa realtà.

Per Magi questo decreto «non modifica la legge del 2016 ma la interpreta, la specifica, approfittando della zona grigia, del fatto che nulla si diceva di questi usi». Una «confusione» che per Antonella Soldo «crea un precedente pericoloso e rischia di autorizzare carabinieri e procure a intervenire come vogliono sulla cannabis light». Insomma, il timore resta quello di dare un potere sempre più discrezionale alle forze dell’ordine e alla magistratura nell’ambito poi dei sequestri e delle iniziative giudiziarie. «I responsabili – continua ancora Soldo – sono i ministri Patuanelli e Speranza. Potevamo aspettarcelo da Giorgia Meloni ma non da due personalità politiche come loro ma da chi si è espresso a favore della liberalizzazione delle droghe leggere, o si dice di “sinistra”».

La decisione della Conferenza Stato-Regioni di fatto interrompe un dialogo cominciato con la Conferenza nazionale sulle droghe, convocata per la prima volta dopo ben 12 anni. Che non tirasse una buona aria era chiaro fin dal primo momento: la ministra Mariastella Gelmini (Forza Italia) e il presidente della Regione Friuli Massimiliano Fedriga (Lega) si erano opposti fermamente a ogni apertura del governo in tema di droghe, lasciando da sola la ministra anti-proibizionista Fabiana Dadone che guida le Politiche giovanili e ha la delega all’Antidroga. «Non esiste una libertà di drogarsi, lo Stato deve liberarci dalla droga», aveva detto Gelmini facendo muro.


Referendum sulla cannabis, cosa succede adesso (e quali sono i timori)

Ma non ci sono solo brutte notizie. Il referendum sulla cannabis legale, infatti, procede spedito. Ha ottenuto l’ok della Cassazione che, di fatto, ha riconosciuto le oltre 600 mila firme digitali. Ora la palla passa alla Corte costituzionale: il 15 febbraio è prevista la Camera di Consiglio in cui si giocherà il tutto per tutto. I promotori si dicono speranzosi ma temono che la Corte possa rigettare il quesito per motivi strettamente politici, poiché ad esempio potrebbero ritenerlo in violazione dei trattati internazionali sugli stupefacenti (trattati che l’Italia ha firmato). Una risposta arriverà entro il 10 marzo. Si voterà – se tutto dovesse filare liscio – tra il 15 aprile e il 15 giugno.